GENOVA - Teatro della Corte
Mercoledì 6 maggio 2015, ore 20:30
Giovedì 7 maggio 2015, ore 20:30
Venerdì 8 maggio 2015, ore 20:30
Sabato 9 maggio 2015, ore 20:30

ACOUSTIC NIGHT 15
ITALIAN AMERICANS

BEPPE GAMBETTA
KATHY MATTEA
FRANK VIGNOLA
VINNY RANIOLO

     

     

 

RECENSIONI - REVIEWS

IL GIORNALE DELLA MUSICA

Scommessa vinta ancora una volta, per il chitarrista genovese Beppe Gambetta, da tanti anni residente nel New Jersey. Ogni anno Gambetta torna nella sua città in teatro, e propone le serate (stavolta quattro di fila!) della sua Acoustic Night tematica, rischiandosi fortuna e successo dell'evento. Questa è stata la quindicesima edizione, “Italian Americans”, florilegio sul palco di quei virtuosi delle corde che hanno ancora sangue italiano in corpo, figli o discendenti dei milioni di italiani che dovettero emigrare. Come i nonni di Kathy Mattea, splendida cinquantenne star della country music di Nashville meno accademica, i cui nonni piemontesi erano minatori nel Kentucky; come Frank Vignola, giovane solista dalle capacità trascendentali senza mostrare alcuno sforzo apparente, sulla scia dell'italoamericano Eddie Lang; come Vinny Raniolo, polso ritmico di precisione quasi ultraterrena. Gambetta li ha riuniti sul palco, riservando qualche spazio anche al songwriter e chitarrista Jon Vezner, marito di Mattea. Grande e allegra festa della bravura e dell'emozione, al solito, con splendide ballate dalla voce di Kathy, come "Eighteen Wheels and a Dozen Roses", spesso “doppiata” da Gambetta (anche un brano in italiano, com’è tradizione, "Lontano Lontano" di Tenco) e prove strumentali impressionanti: ad esempio nel medley di brani affrontato dai giovani virtuosi di New York in cui "Tico Tico" diventava, a velocità mozzafiato, il tema del Padrino e poi "Starway To Heaven". Gambetta ha giustamente riproposto l'eredità di Pasquale Taraffo, che portò il virtuosismo delle corde oltre oceano, indagata in dischi ormai “storici”, e proposto il suo flatpicking style ormai a livelli di classe assoluta, senza alcun indizio di freddezza. Il prossimo disco, annuncia, sarà in duo con Tony McManus. Guido Festinese

UN PAESE A SEI CORDE

Buio in sala, le prime note e il sipario si apre su un emiclico tipo aula universitaria. E comincia la lezione: come si fa di un concerto un vero SPETTACOLO. Ci vogliono un ispiratissimo Beppe Gambetta, eroe dei due mondi con le sue scarpe rosse,ed una Federica Calvino Prina dalla rara sapienza teatrale e organizzativa. Eccoli lì sul palco gli italo-americani, che per qualche giorno hanno ripercorso a ritroso il viaggio dei loro nonni, per prendersi gli applausi (meritatissimi) e i riconoscimenti che le loro famiglie erano andate a cercarsi dall'altra parte della Grande Tazza. C'è un Frank Vignola dall'aria quasi distratta, il gessato grigio e la pettinatura da mediatore immobiliare, talentuosissimo sviluppatore di idee musicali, dal curriculum incredibile e dalla tecnica spaventosa; impassibile come un Buster Keaton, è capace di far saltare in aria il teatro della Corte con le terrificanti raffiche di note della sua arch-top, con la quale credo abbia il rapporto che Terminator ha con il suo mitra: più che una protesi, un organo interno, un'estensione dell'Io. Al suo fianco un giovane Vinny Raniolo che ha lasciato il pubblico letteralmente a bocca spalancata: precisissimo, velocissimo, in grado di raddoppiare ed armonizzare le intricatissime linee di Frank Vignola (mica facile!) alla velocità della luce. Cappello, signori miei! "Esta es clase, esta es fuerza y razòn, la verdadera virtud de un guitarista", mi sgorga dal cuore parafrasando Edmondo Berselli. Tra i due un affiatamento, una complicità, una sintonia che non ha nemmeno più bisogno di uno sguardo per passare con sicurezza e rapidità da "Aranjuez" ai Led Zeppelin, e di insaporire l'esibizione con una spolverata di piccole ma sorprendenti e divertenti gag. E sul lato destro del palco eccola lì, una regina della musica country, che partita dal West Virgina delle miniere di carbone dove tanti italiani hanno lavorato e sofferto, è giunta a Nashville da dove con la sua voce ha incantato tutta l'America: Kathy Mattea. Ho visto i più trucidi e tatuati camionisti piangere come vitelli ascoltando la sua "Eighteen Wheels and a Dozen Roses" (non è vero che li ho visti ma sono sicuro che è successo). C'è tra gli aficionàdos di Un Paese a Sei Corde chi negli anni ottanta si sintonizzava nottetempo sulla radio per le truppe americane in Europa per ascoltarla. Ho sentito ieri sera la Signora Mattea esclamare "How I love this job!" agli a solo formidabili che Beppe, Frank e Vinny pennellavano sotto la sua voce. Che bello! Che piacere ascoltare il "suo" country, non quello banale dei vestiti con le frange, gli stivaletti a tacco alto e gli "stetson" bianchi a tesa larga, ma quello ricco di spirito vero: storie se vuoi semplici, sentimenti semplici, ma VERI. E Lei, con la semplicità che solo una autentica regina può permettersi di esibire, ci ha stregato. Non la voce di una Callas o la tecnica di una Tebaldi, ma avercene come la sua… e poi per il country certe cose non sono necessarie. Con semplicità il principe consorte John Vezner (niente da fare, non può passare per italo-americano) l'accompagna questa volta per l'occasione al basso, anche se il suo mestiere vero è quello di vincere Grammy con le canzoni che compone. Per ultimo l'ormai "Venerato Maestro" (copyright Arbasino Alberto): Beppe Gambetta. Si dice comunemente che con l'età la tecnica non supporta più, che vi si sopperisce con il "sentimento", il "gusto", la "magia"... Non è il caso di Beppe Gambetta: il suo motore non perde un colpo, sono stato in attentissimo ascolto per tutto il concerto, non ce la fa proprio a stare sotto il suo standard tecnico, che quanto elevato sia chi lo conosce sa. E il Gambetta in più, come un nobilissimo Nebbiolo di grande annata, ci regala nel tempo sempre nuove sensazioni, un gusto vieppiù raffinato, una magia che sorprende. Grazie Beppe, per lo spettacolo che ci avete offerto, per quel trascinante secondo bis a velocità non omologabile, per la raffinatezza e la semplicità con la quale sai metterti al servizio dei tuoi ospiti e dello spettacolo. Lidia al mio fianco saltava come una molla con espressione estatica pregustando il tuo concerto a Un Paese a Sei Corde. Ti aspettiamo. E aspettiamo con ansia il tuo nuovo cd con Tony McManus. Dimenticavo due dettagli tecnici non secondari: suono ottimo! (sempre eccellente il Maestro Lallo Costa alle prese con un mixer digitale da lui definito "un giocherello"), e la bellissima baritona del Gambetta che ha arricchito di splendidi bassi alcuni pezzi davvero indimenticabili. Domenico Brioschi

DISCO CLUB 65

E quindici. Tre lustri belli completi, una scommessa vinta con il sorriso sulle labbra, tanto lavoro "dietro le quinte", complice e sodale una piccola grande donna come Federica Calvino Prina, un cuore grande così. Beppe Gambetta torna nella sua Genova, ed ancora una volta il Teatro della Corte (sul palco al solito una meraviglioso quadro a pannelli di Sergio Bianco) si riempie del pubblico delle grandi occasioni per la Acoustic Night numero quindici. Stavolta la scommessa è davvero impegnativa, quattro sere di fila. Si diceva di Federica: è sua l'idea tematica di quest'anno, Italian Americans. Degno seguito di due dischi ormai "storicizzati" di Gambetta, Traversata e Serenata. Lì si indagavano le storie incrociate e dense di aneddoti dei virtuosi delle corde che sui "vapori" traversarono l'oceano per portare nuove note nelle Americhe. Oggi, un secolo dopo o giù di lì, portano cognomi italiani decine di migliaia di musicisti negli Stati Uniti d'America. Qualcuno ricorda qualche frase in italiano, qualcuno è uno yankee a tutti gli effetti, ma comunque ben fiero delle proprie origini. Come Kathy Mattea, songwriter di quella parte del country nashvilliano tutt'altro che retrivo, fatto di storie vere di gente vere che lavora. I nonni di Kathy erano di Mazzé, nel torinese, e finirono in cerca di fortuna nel Kentucky, miniera e buio ogni giorno. Kathy se ne ricorda bene: e nel suo canzonie spesso affiorano quei ricordi. Italoamericani di New York sono Frank Vignola e Vinny Raniolo: il primo è un solista di capacità stellare, un ragazzo con l'aspetto da giovane Woody Allen cresciuto alla scuola di Les Paul che suona intricatissimi assoli come se stesse facendosi la barba, il secondo ha un polso ritmico che può affrontare ogni tempo, anche velocità che per tanti chitarristi sarebbero da formula uno, più che da pentagrammi. Queste le "forze in campo". Al solito però Gambetta riesce a costruire la sua Acoustic Night non come una parata della bravura tecnica trascendentale, ma come uno spettacolo di emozioni e di umanità in scena. Ad esempio quando ha fatto cantare ad una emozionata Kathy Mattea "Lontano lontano" di Luigi Tenco, o quando ha concesso un anticipo del suo prossimo disco, che sarà in duo con il virtuoso scozzese Tony McManus, proponendo una We Slightly Go Blind da brividi. Certo, ascoltare gli spazi riservati ai due giovani virtuosi italoamericani è stata una festa dello stupore: tecnica impressionante, facilità di suono da lasciare di stucco. Tico Tico che diventa il tema del Padrino, e poi Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. Anche una bella dose di humour, dunque. Ma forse il cuore della Acoustic Night batte colpi più veri quando il tempo rallenta, e Gambetta trova modo di appoggiare un tocco sui bassi o un armonico volante dove fa meglio al cuore: vedi alla voce Eighteen Wheels and a Dozen Roses. (Guido Festinese)

TEATRO.IT

Quest’anno, sul palco di Acoustic Night, va in scena l’America. Non gli Stati Uniti, quelli che trovi sulla carta geografica: l’idea di America come orizzonte di speranza, come meta di quei molti che, all’inizio del secolo scorso, erano sbarcati in compagnia del proprio sogno di ricominciare. Coerente nel suo dinamismo e fiera della propria pluralità, anche stasera l’America non si presenta pacificata in un concorde unisono: osservandola con attenzione, possiamo vederla animarsi del giocoso contrasto tra due distanti eppure inscindibili melodie. La prima voce che ci parla d’America, scanzonata e divertita, è quella delle chitarre di Frank Vignola e Vinny Raniolo. Così ogni virtuosismo, accompagnato da meritati applausi, è eco di libertà, di un nuovo progetto. Così ogni elegante passaggio di stile e di genere non è che un preludio alla prossima sfida. C’è anche, però, una seconda voce, quella di Kathy Mattea: ora robusta, ora sottile, dal timbro caldo ed espressivo. Accompagnata da Beppe Gambetta, e talvolta anche dal cantautore Jon Vezner (marito della Mattea), canta l’angoscia, la paura. Paura che l’America sia troppo grande e spietata per un sogno tanto rabbioso quanto fragile, forse ingenuo. I musicisti suonano insieme, ma si ha la sensazione che sia sempre una soltanto delle due voci, a turno, a rivolgersi agli spettatori. Fino a quando Gambetta racconta al pubblico lo splendido quadro di scena, opera di Segio Bianco. Rappresenta un dente di leone, la cui palla lanosa è spettinata e dispersa da un soffio maleducato, slanciata e sospesa nell’aria. Come le vite e le speranze degli emigranti: in volo verso l’ignoto, preda delle bizze del vento. Bianco però suggerisce che, soltanto per stasera, sia possibile immaginare il fiore nell’atto non di disperdersi, ma di ricomporsi, così come è possibile ascoltare i nipoti di tre emigranti, i tre musicisti in scena, tornati per farci ascoltare la loro musica che, un po’, è anche la nostra. Il brano successivo è una magistrale reinterpretazione del capolavoro di Luigi Tenco, cantato da Kathy Mattea: “lontano lontano, nel tempo”, eppure, forse, ora, vicino. Nelle note del cantautore genovese le due voci paiono infine riconoscersi e, da lì in poi, procedere a braccetto, in un irresistibile crescendo. Sostenuta ora dal realismo proprio soltanto degli autentici sognatori, la rappresentazione può completarsi e concludersi, al contempo appassionata e divertita. Damiano Verda

CORRIERE MERCANTILE

L'Acoustic Night di Beppe Gambetta è uno dei pochi, forse l'unico spettacolo-concerto che da quindici anni porta a Genova spettatori stranieri, non solo europei, ma anche americani. Negli ultimi quattro giorni, tanto è durata l'edizione di quest'anno, il Teatro della Corte è stato come sempre affollatissimo. L'esibizione dei quattro protagonisti, tutti chitarristi, Vinny Raniolo, Frank Vignola, Kathy Mattea insieme allo stesso Gambetta ha scatenato vere e proprie ovazioni. Gli "ïtalian-Americans" a cui era dedicata la serata, tutti per la prima volta a Genova, hanno impessionato per i virtuosismi e l'eleganza. Kathy Mattea......ha presentato i suoi successi con una voce calda e forte, oltre un omaggio all'Italia con "Lontano Lontano" di Luigi Tenco. Il duo Vignola-Raniolo ha letteralmente sedotto gli spettatori con una serie di esecuzioni in cui il cambio di ritmo, l'incredibile velocità sulla chitarra, la sintonia perfetta, la simpatia, hanno sorpreso per la straordinaria tecnica e per la naturalezza con cui sono capaci di padroneggiarla. Gambetta, come sempre, ha suonato, scherzato, presentato, portando nella sua città l'esperienza di decenni e una selezione di artisti così rara e unica tanto da spingere gli appassionati ad affrontare il viaggio. Eliana Quattrini